Cam Edilizia: una transizione che chiede visione, non solo regole
La pubblicazione dei nuovi Cam Edilizia in Gazzetta ufficiale, con entrata in vigore prevista per febbraio 2026, segna un passaggio rilevante per il settore delle costruzioni. Il nuovo decreto incide in modo diretto su progettazione, appalti, forniture e cantieri, e orienta le scelte delle stazioni appaltanti, dei progettisti e delle imprese. È un cambiamento che può aprire spazi significativi per chi ha già investito in qualità ambientale, innovazione e tracciabilità dei processi; ma è anche un banco di prova per la capacità del sistema Paese di trasformare un indirizzo regolatorio in una transizione industriale credibile.
I Criteri ambientali minimi nascono, infatti, come leva di politica industriale prima ancora che come insieme di prescrizioni tecniche. Attraverso il Green public procurement, la domanda pubblica è chiamata a diventare un motore di innovazione: orienta il mercato, riduce le asimmetrie, premia chi investe e stimola la diffusione di soluzioni più sostenibili. È una logica che Atecap condivide pienamente, perché la sostenibilità non è una dichiarazione di principio, ma un percorso che richiede programmazione, investimenti e condizioni reali per essere praticabile.
Nel comparto del calcestruzzo, i nuovi Cam confermano un’impostazione già nota. Il criterio 2.4.2 ribadisce l’obbligo di incorporare almeno il 5% di materiale riciclato, recuperato o sottoprodotto. L’obiettivo che ispira questa scelta è comprensibile e, in linea di principio, condivisibile: favorire l’impiego di materiali da recupero, far crescere il mercato degli aggregati riciclati, ridurre il consumo di risorse naturali e il ricorso alla discarica. In altre parole, utilizzare la leva degli appalti pubblici per consolidare l’economia circolare.
Proprio perché la finalità è corretta, occorre però misurarsi con la realtà. Oggi la capacità di applicare quella prescrizione è fortemente condizionata da un mercato degli aggregati di recupero ancora troppo limitato, disomogeneo sul territorio e privo di volumi adeguati a sostenere in modo strutturale una domanda crescente. I dati disponibili restituiscono un quadro chiaro: il tasso di sostituzione degli aggregati naturali con materiali di recupero è oggi intorno al 2,5%, mentre l’utilizzo di aggregati riciclati idonei all’impiego strutturale non supera lo 0,58%. In molte aree del Paese, inoltre, reperire materiali conformi ai requisiti dei Cam può significare spostare gli approvvigionamenti su distanze molto elevate, generando un paradosso che rischia di indebolire sia la sostenibilità economica sia quella ambientale delle soluzioni adottate.
La deroga transitoria di 36 mesi sulla dichiarazione delle singole frazioni di Rrs va letta, in questo quadro, come una scelta di buon senso. Evita, nell’immediato, ricadute operative insostenibili e consente al sistema di adattarsi gradualmente. Ma una deroga non può diventare la risposta strutturale. Senza un intervento organico sul sistema dell’economia circolare, il rischio è che i Cam si trasformino, soprattutto in alcuni contesti territoriali, da leva di innovazione a vincolo difficilmente realizzabile, con effetti distorsivi sulla competitività e sulla capacità di realizzare opere pubbliche nei tempi e nei costi previsti.
È qui che emerge una questione più ampia, che riguarda non solo i Cam, ma il modo stesso in cui le politiche pubbliche affrontano oggi il tema della sostenibilità. L’impostazione resta prevalentemente prescrittiva: percentuali, obblighi uniformi, requisiti formali. Un approccio che fatica a cogliere la complessità dei cantieri, la varietà dei contesti territoriali e l’evoluzione tecnologica del settore. Il rischio è confondere l’obiettivo con il mezzo, perdendo di vista il risultato finale.
Oggi il calcestruzzo non è più un prodotto standard replicabile ovunque allo stesso modo. È un materiale progettato, controllato e ottimizzato in funzione del contesto: clima, ambiente di esposizione, sollecitazioni strutturali, vita utile dell’opera. È un settore che ha investito in ricerca, qualità, controllo di produzione, digitalizzazione e formazione. Continuare a misurare la sostenibilità come un elenco di ingredienti significa non cogliere questa evoluzione e non valorizzare il patrimonio di competenze già presente nella filiera.
La sostenibilità, invece, va riconosciuta come una prestazione misurabile e verificabile nel tempo. Un risultato legato alla capacità dell’opera di durare, di richiedere meno manutenzione, di consumare meno risorse complessive e di ridurre gli impatti ambientali lungo l’intero ciclo di vita. Spostare il baricentro dalla prescrizione alla prestazione significa dare spazio all’innovazione, alla responsabilità dei produttori e alla qualità della progettazione. Significa rendere più efficace l’azione pubblica, perché gli obiettivi ambientali vengono perseguiti attraverso esiti reali, e non solo attraverso adempimenti formali.
Per rendere praticabile questa transizione servono misure coerenti e coordinate: la diffusione della demolizione selettiva, regole chiare e omogenee sull’utilizzo dei materiali da recupero, una fiscalità che renda meno conveniente il conferimento in discarica, incentivi e premialità per le stazioni appaltanti, un investimento deciso nella formazione di progettisti e tecnici. Solo così potrà crescere in modo strutturale il mercato degli aggregati riciclati e potrà essere sostenuta una domanda pubblica capace di costruire filiere, e non solo di imporre requisiti.
I nuovi Cam possono diventare un’opportunità concreta solo se accompagnati da una lettura evoluta del loro ruolo. Le stazioni appaltanti, in particolare, sono chiamate a svolgere una funzione decisiva: non solo applicare requisiti, ma orientare il mercato attraverso scelte consapevoli, capaci di valorizzare qualità, durabilità e prestazioni ambientali reali delle opere.
Atecap è convinta che il futuro del settore passi da qui: da un dialogo costruttivo tra istituzioni, progettisti e imprese, fondato su obiettivi chiari e strumenti coerenti. Riconoscere che la sostenibilità è una prestazione significa rendere i Cam uno strumento moderno, capace di accompagnare l’innovazione e di rafforzare il contributo del calcestruzzo a un’edilizia più responsabile, efficiente e orientata al lungo periodo.
Riferimenti
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Appalti e Ambiente - La Mappa tematica
L'area dedicata al Codice dei contratti pubblici (Dlgs 36/2023) e provvedimenti satellite, con i testi ragionati ed aggiornati di tutti i "criteri ambientali minimi" (cd. "Cam") cui specifici beni e servizi devono rispondere per poter efficacemente partecipare alle gare pubbliche.
ATECAP
Atecap è l’Associazione tecnico economica del calcestruzzo preconfezionato, e da oltre trent’anni rappresenta e tutela gli interessi dei produttori italiani del comparto. Riunisce le principali imprese del settore e presta loro assistenza in campo tecnico, economico e normativo. Promuove la diffusione della cultura del costruire in calcestruzzo sensibilizzando committenti e prescrittori. Fa parte di Federbeton, la federazione di Confindustria delle associazioni della filiera del cemento e del calcestruzzo, ed è componente di Ermco, l’associazione europea dei produttori di calcestruzzo preconfezionato. Atecap è il momento di sintesi e riflessione in cui le opinioni condivise stimolano la crescita e le esigenze dei singoli operatori e si trasformano in progetti della categoria e per la categoria.