L’eredità ambientale del conflitto armato e la memoria tossica della pace incompleta
Dopo ogni guerra, anche la più urlata, cala sempre un silenzio che non consola.
Non è il silenzio dei sopravvissuti, né quello dei vinti: è il silenzio delle cose. Acque e suoli non hanno voce e non firmano appelli, né depongono davanti alle Corti internazionali.
Dinanzi al conflitto, la natura non sceglie fazioni: lo subisce, lo inghiotte, lo metabolizza con la dolorosa lentezza con cui la terra assorbe il sangue, pagando il prezzo più alto: subire senza replica.
In questa dinamica dell’oltraggio che parla solo la lingua dell’amputazione, le esplosioni deflagrano e depositano fosforo, piombo, uranio, polveri sottili e metalli pesanti che, insieme al rancore, infiltrano acque e suoli. La chimica della guerra li chiama “contaminanti persistenti”, l’ecologia della vita li chiama “memorie tossiche”. Perché restano. Restano e sopravvivono alla firma della pace e alle strette di mano, e la terra, invece, continua a combattere la sua guerra solitaria: acque avvelenate, raccolti deformi, vite che muoiono senza un perché.
L’inquinamento di acque e suoli prolunga la guerra dentro i corpi. I residui bellici non restano in superficie, ma penetrano. Attraverso la pioggia e le falde, i contaminanti si infiltrano negli acquiferi, alterano il pH dei terreni, si legano alle particelle organiche e rientrano nella catena alimentare. Il suolo, privato della sua biodiversità microbica, perde fertilità e capacità di autorigenerazione. I raccolti assorbono veleno. Così la guerra entra nel piatto, nel latte, nel corpo dei bambini. Le bonifiche, se arrivano, sono parziali e costose. Spesso rinviate. Mentre si continua a vivere sopra un’eredità tossica che non è stata scelta.
Parlare di salute e ambiente, in questi contesti, significa ricordare che l’inquinamento bellico è una patologia ambientale a lenta trasmissione, che colpisce i più vulnerabili e si estende nel tempo molto oltre la fine ufficiale del conflitto.
Finché non sarà affrontata la continuità tra guerra, ambiente e salute, la pace sarà solo un atto incompleto e fragile.
La pace non è un cartello o una canzone. È, invece, un lento e paziente lavoro di riparazione per bonificare il dolore e restituire alla natura la neutralità che le è stata strappata. Perché la guerra non è solo un crimine contro l’umanità, ma è anche un tradimento contro la terra che la ospita.
Nelle immagini satellitari, i fronti di guerra appaiono con le ferite aperte di boschi carbonizzati e fiumi torbidi, di giardini e città diventati deserto. Dinanzi a questa cartografia del lutto, ci illudiamo che il semplice rimettere in piedi i muri, asfaltare le strade e riaccendere le luci sia “ricostruzione”. La città risorge in fretta, ma la foresta perde secoli in un istante.
La guerra, come scrive Elsa Morante, è la fine violenta dell’infanzia. Credo valga anche per la terra, perché ogni conflitto le ruba un frammento di innocenza fatta di libertà di crescere, fiorire e rigenerarsi senza chiedere il permesso. Dopo ogni guerra, la natura deve reimparare a fidarsi dell’umanità. Forse, la prova più dura. Eppure resiste.
Non ha eserciti né proclami, ma possiede la pazienza, la forma segreta dell’invincibilità. L’erba spunta tra le fosse comuni, con il coraggio senza divisa. È la vittoria della madre che perdona. Perché non può fare altro, perché alla fine tocca a lei insegnarci cosa significa respirare, perché la guerra finisce quando smettiamo di uccidere.
Ma la pace inizia solo quando impariamo a custodire.