Quando la fatica del riciclo non trova valore sul mercato, l’idea stessa di economia circolare ha fallito

C’è un rumore sottile che attraversa l’Italia (e l’Europa): è quello della crisi del riciclo della plastica e dell’economia circolare che si incrina.

 

“Crisi” è una parola fragile, quasi gentile nel suono, ma feroce nella sostanza. Il contesto del riciclo della plastica (si legge in www.conai.org) “è caratterizzato da una significativa riduzione dei ricavi da vendita all’asta dei materiali selezionati, fra cui l’Hdpe e il Pet, e dai maggiori costi di avvio a riciclo per gli altri flussi. Ciò è dovuto alla crescente concorrenza delle materie plastiche vergini e riciclate provenienti da Paesi extra-Ue e determina la riduzione dei mercati di sbocco per le plastiche riciclate a partire dalla raccolta differenziata, nonché l’aumento dei costi operativi, con un impatto rilevante sull’equilibrio economico del sistema”.

 

E così la parola “crisi” diventa certezza. I contributi ambientali per gli imballaggi in plastica (quei costi invisibili che ogni flacone, ogni scatola, ogni tappo porta con sé) dal prossimo mese di luglio dovrebbero aumentare in tutte le nove fasce contributive.

 

Non per capriccio, ma per necessità: il sistema non regge più. Possiamo chiamarla “fase di forte criticità”, “emergenza europea del riciclo delle plastiche” e “mercati di sbocco in crisi profonda”, ma il punto è uno solo: il Green Deal Ue (e la sua mole ideologica) appare per quello che è: un cerotto per coprire i disastri della concorrenza sleale creata dalla globalizzazione selvaggia con le produzioni in Paesi, come India e Cina, ben lontani dai limiti ambientali, scaricando costi enormi sull’industria europea. Non è un caso che produrre plastica nuova è più conveniente che riciclare quella vecchia. A fine 2025 il Pet vergine costava 800 euro/tonnellata, quello riciclato il doppio. Questa sproporzione non è un dettaglio tecnico, è un fallimento culturale. Infatti, se la fatica del riciclo non trova valore sul mercato, allora è l’idea stessa di economia circolare che si sbriciola.

 

Anche se è tardi, ci si comincia a chiedere se questa Europa può continuare a essere un’area globalizzata (cioè spalancata al commercio internazionale) e contemporaneamente imporsi obblighi stringenti e costi pesantissimi da Green Deal. È da questa convivenza forzosa e dalla diversità delle regole del gioco che nasce l’evidente desertificazione produttiva della Ue. L’Europa con il Green Deal ha pensato di guidare il mondo; invece è da sola, e continua con arroganza testarda a voler trasformare l’astrazione in regola cogente.

 

In questo tempo teso occorre un nuovo paradigma globale che valorizzi il capitale sociale, e non la sua bellicosa solitudine.

 

Sono 350 le imprese che animano il comparto italiano del riciclo meccanico della plastica, con 10.000 addetti e una capacità installata di 1,8 milioni di tonnellate, ma i fatturati calano e gli impianti iniziano a chiudere. Non è più una curva congiunturale: è un punto di non ritorno, quello in cui la passione per la sostenibilità cede alla logica della sopravvivenza economica. La concorrenza delle plastiche importate da Paesi extra-Ue a basso costo e con standard ambientali (quantomeno) opachi rende i materiali riciclati un lusso non a portata di tutti, come se la virtù ecologica fosse un capriccio da salotto e non una necessità. Non è più una “crisi”, è una resa collettiva, perché il riciclo è un atto etico, un modo di stare nel mondo con decenza, e non un gesto tecnico.

 

Forse, però, questa crisi è solo un passaggio, un preludio alla metamorfosi. Nei momenti di maggiore incoerenza, i sistemi complessi si reinventano: è la loro natura. Perché la plastica non è il male: è un’invenzione geniale che abbiamo dimenticato di domare con agilità mentale, empatia ed elevata prospettiva.

 

L’aumento del contributo ambientale è una tassa sulle nostre distrazioni, sulle nostre piccole e grandi omissioni di ogni giorno; eppure, può essere un richiamo. Non basta più separare i materiali, va ripensato l’intero ciclo, dall’origine al ritorno. Forse è proprio così che la sconfitta può trasformarsi in un gesto di ricostruzione. Perché il futuro del riciclo non si misura nei numeri o nei decreti, ma vive nella coscienza collettiva. Abita in quella domanda essenziale che sempre dobbiamo porci dinanzi a ogni imballaggio di plastica: quanto vale, davvero, la possibilità che ciò che è già nato possa rinascere ancora?

Paola Ficco

Direttore responsabile

e Coordinamento Normativa Reteambiente.it