Abiti usati, il Green deal si ferma in dogana. E la superproduzione svaluta il nuovo

a cura di Paola Ficco

Ci sono, in Europa, luoghi tutti uguali. Si trovano in Lituania, Paesi Bassi, Polonia e Spagna, e chi li visitasse tutti crederebbe di aver camminato nello stesso posto. Un posto dove gli abiti aspettano, impilati in colline morbide che l’aria condizionata increspa appena, un verdetto di nuova vita pronunciato da chi ha imparato a leggerli. Fra il 2024 e il 2026 il progetto Sorting for Circularity – Rewear, di Fashion for Good e Circle Economy, ne ha ispezionati 8.280, uno a uno. Il 37% non aveva danni; il 41% ne aveva uno minimo, riparabile in pochi minuti con l’ago e con quella pazienza che una volta si chiamava cura. Otto su dieci potevano tornare in uso. Non è successo, e non per colpa del loro stato.

 

Lo ha impedito il prezzo. Il valore di rivendita, dice il rapporto, non dipende dalla condizione ma da marca e tendenze. Secondo la sintesi di Resource Media (12 maggio 2026), solo il 5-10% dei capi selezionati, classificato come “cream” o grado A, spunta i prezzi più alti, tra 4,50 e 6 euro al chilo. Circa la metà va in grado B, venduto tra 0,45 e 2,10 euro al chilo. Fino al 40% è classificato come non rindossabile e va a riciclo o smaltimento a 0,03-0,40 euro al chilo. Riparare non conviene: una maglietta vale 3 euro, rimetterla in circolo ne costa 14. Il rammendo ha il prezzo del salario europeo, il capo nuovo quello del salario di Dacca (in Pakistan), senza pagare i propri costi ambientali.

 

Manca la domanda, perché la sovrapproduzione ha saturato il mercato. La raccolta differenziata obbligatoria dal 2025 ha aumentato i volumi, non i compratori, in un settore già in perdita e segnato dai fallimenti. In Europa l’usato sopravvive come vintage e il mercato popolare dell’usato è stato esportato. Le esportazioni Ue sono triplicate dal 2000, a quasi 1,7 milioni di tonnellate. Al mercato di Kantamanto, ad Accra, in Ghana, arrivano 15 milioni di capi a settimana; in un campione di balle dichiarate rindossabili, l’86,5% era danneggiato. Viaggiano con il codice doganale degli abiti usati (6309) anziché dei rifiuti (6310), spesso per aggirare le norme. I commercianti comprano a scatola chiusa balle che, secondo la Or Foundation, costano in media oltre 200 dollari, e l’invenduto li indebita: non paga chi inquina, paga chi è inquinato. Accra non ha più una discarica controllata e gli abiti finiscono nella laguna di Korle. Il 1º gennaio 2025 un incendio ha distrutto oltre il 60% del mercato. In Pakistan, che ne importa 800.000 tonnellate l’anno, si seleziona ciò che in Europa costa troppo selezionare. L’Europa raccoglie, il Pakistan seleziona, l’Africa assorbe.

 

Il nostro Green deal lo pagano i poveri del mondo perché la sua contabilità si ferma in dogana. Un capo esportato come usato entra nelle statistiche Ue come riuso, cioè come un successo della circolarità. Che poi finisca nella laguna di Korle non risulta da nessuna parte. È il “modo di vita imperiale” di Ulrich Brand e Markus Wissen (2017): un benessere che si regge sul lavoro e sui territori di altri. I poveri pagano due volte: all’inizio della filiera, con i salari, e alla fine, con la terra su cui ricadono i resti. All’Europa resta il tratto di mezzo, il più breve: quello in cui l’abito si indossa.

 

Vietare l’export, però, non servirebbe: colpirebbe chi dell’usato vive e lascerebbe intatto il problema, che è a monte. Lo dice lo stesso rapporto: senza produrre meno, il riuso rischia di ridursi a greenwashing. Le colline di abiti aspettano ancora il loro verdetto. Ma non lo pronuncia chi sa leggerle: lo pronuncia il prezzo del nuovo. E si esegue ad Accra, dove la pazienza che qui chiamavamo cura si chiama lavoro e, nei nostri patinati bilanci verdi, costo esterno.

Paola Ficco

Direttore responsabile

e Coordinamento Normativa Reteambiente.it