Pfas, le sostanze eterne e il limite del diritto
Alcune sostanze non conoscono indulgenza. Entrano come ombre che non concedono tregua alla terra che le ospita, all’acqua che le trascina, al corpo umano che, ignaro, le accoglie. I Pfas (sigla fredda e quasi innocente delle sostanze per— e polifluoroalchiliche) appartengono a questa stirpe, ostinata e muta. Nati dal fervore industriale del Novecento, dimorano ovunque: falde, fiumi, campi, sangue. Non si dissolvono, non si consumano: persistono. Una persistenza dove qualcosa di irriducibile rifiuta l’oblio.
La scienza li ha chiamati forever chemicals, sostanze eterne, un nome che vibra come una resa. Come se l’eternità potesse abitare la materia senza contraddizione. E invece accade: non si disfano, non si lasciano piegare dai cicli naturali. Si accumulano, con pazienza quasi umana, negli organismi, nei sedimenti, nelle catene invisibili che legano ogni vivente all’altro. E mentre si addensano, silenziose, noi misuriamo, classifichiamo, discutiamo. Come se bastasse il linguaggio a contenere ciò che eccede ogni misura.
A Trissino (fra Vicenza, Verona e Padova), per anni, l’industria ha parlato una lingua più forte di quella della terra e la terra, infine, ha restituito il conto. Lì si è verificato il famoso “caso Miteni”, quasi una parabola di come il progresso si mostra per ciò che talvolta è: una promessa che chiede un prezzo sproporzionato a chi non ha voce per negoziarlo. Il 26 giugno 2025, la Corte d’Assise di Vicenza ha emesso una condanna storica a carico di 11 imputati su 15 per avvelenamento di acque e disastro ambientale doloso, confermando un inquinamento durato oltre 40 anni. Il Veneto non è un’eccezione, è solo una rivelazione anticipata di una presenza silenziosa che non smette di esistere. I Pfas sfuggono alle mappe troppo nette: sono diffusi, capillari, spesso ancora ignoti. Esistono anche dove non sono stati cercati abbastanza, come accade alle cose che non vogliamo davvero vedere.
Poi arriva la legge, con il suo gesto solenne e necessario fissa limiti, traccia soglie, impone ordine. La direttiva 2020/2184/Ue ha imposto agli Stati membri, dal gennaio 2026, limiti stringenti per i Pfas nelle acque destinate al consumo umano: 0,50 microgrammi per litro per il totale dei Pfas, 0,10 microgrammi per litro per la somma dei venti Pfas più pericolosi. L’Italia ha recepito la direttiva con il Dlgs 18/2023 e con il Dlgs 102/2025 ha fissato soglie ancora più severe: 0,10 microgrammi per litro per i Pfas totali e appena 0,02 microgrammi per litro per la somma dei quattro Pfas di maggiore preoccupazione (PFOA, PFOS, PFNA, PFHxS).
A questo punto, la questione dei Pfas non è solo un’emergenza sanitaria e ambientale, è anche una crisi del diritto: le soglie fissate dal Legislatore italiano sono talmente basse che nessuna tecnologia oggi disponibile può raggiungerle stabilmente, nei suoli e nelle acque sotterranee contaminate, in tempi ragionevoli. Le soglie si abbassano fino a diventare quasi ideali, più vicine al desiderio che alla possibilità. È come scrivere una musica che nessuno strumento può eseguire senza tradirla.
Il modello stesso della bonifica presuppone che la contaminazione possa essere rimossa, che il sito possa tornare a uno stato di purezza misurabile. Ma i Pfas non obbediscono a questa logica. La loro struttura è una resistenza, una dichiarazione di permanenza inscritta nella chimica. Possiamo contenerli, deviarli, ridurne l’impatto; raramente possiamo cancellarli. E allora la bonifica, nel senso pieno del termine, è un orizzonte che si allontana, perché non tutto ciò che è stato contaminato può essere restituito alla sua innocenza. Non ogni ferita si chiude. Riconoscerlo non è un cedimento, è un atto di lucidità.
I Pfas sono una verità scomoda e il loro intreccio con il diritto ambientale italiano lo è ancora di più: mettono a nudo la fragilità di un sistema normativo costruito sull’illusione che ogni problema abbia una soluzione, che ogni contaminazione possa essere rimossa, che ogni soglia possa essere raggiunta. Non è così.
Occorre una riforma organica del modello normativo che la smetta di misurare il successo della bonifica con parametri pensati per i contaminanti del passato, applicandoli a sostanze che il passato non conosceva.
Le sostanze eterne ci chiedono di costruire un diritto che non prometta l’impossibile, ma sappia accompagnare il reale nella sua ostinazione. Perché vi sono presenze che oggi ancora non si cancellano e proprio per questo esigono una forma più alta, e più onesta, di cura, perché la legge non può promettere ciò che la scienza non può mantenere.
Paola Ficco
Direttore responsabile
e Coordinamento Normativa Reteambiente.it