La Strategia Ue per la bioeconomia, il nuovo paradigma per ripensare il rapporto tra economia, società e ambiente

 

 

La nuova Strategia per la bioeconomia è stata adottata dalla Commissione Ue alla fine di novembre del 2025 per avviare il lavoro sulle prime proposte già nei primi mesi del 2026. L’obiettivo è dichiarato e l’imperativo è categorico: sostituire materiali e prodotti da fonti fossili con soluzioni a basso impatto e circolari usando, in terra e in mare, risorse biologiche rinnovabili per produrre alimenti, energia, prodotti chimici, biomasse, fibre tessili, bioplastiche, fertilizzanti e tanto d’altro.

Molti i settori: dall’agricoltura alle biotecnologie, dalla biofabbricazione alla chimica verde. La Strategia considera la plastica bio-based, i materiali da imballaggio e le fibre tessili come elementi prioritari; né, stante la pervasiva diffusione dei relativi prodotti, poteva essere diversamente.

Del resto, fino a ieri la crescita procedeva come un treno lanciato nella notte, indifferente al paesaggio che si lasciava dietro. Oggi, la strada appare diversa: più lenta forse, ma più consapevole. È in questo scenario sospeso, tra urgenza e attesa, che la bioeconomia si presenta come una presenza silenziosa ma decisiva, una forza che non fa rumore ma cambia il corso degli eventi.

In questa prospettiva, l’Europa ha affidato alla Strategia per la bioeconomia (sin dalle prime edizioni) un ruolo che va ben oltre la semplice programmazione settoriale. Non è un elenco di misure, ma una direzione di marcia, un modo diverso di guardare alle risorse biologiche, non più come materia da consumare, ma come capitale da custodire. Nel grande disegno del Green Deal europeo (Com(2019) 640), la bioeconomia diventa così la leva (discreta ma essenziale) per raggiungere la neutralità climatica e ridurre la dipendenza da ciò che non si rigenera.

La bioeconomia parla il linguaggio delle foreste gestite con prudenza, dei campi coltivati senza impoverire il suolo, delle industrie che imparano a trasformare gli scarti in nuove possibilità. È un’economia che lavora con ciò che cresce, che ritorna, che si rinnova. Vi convivono agricoltura, silvicoltura, pesca, industria e ricerca, legate da un filo comune: l’uso sostenibile delle risorse biologiche rinnovabili per produrre cibo, materiali, energia e servizi. Non è una promessa astratta, è una risposta concreta alle sfide poste dal Piano d’azione per l’economia circolare (Com(2020) 98) e dalla strategia Farm to Fork (Com(2020) 381).

Un’architettura in cui l’innovazione svolge un ruolo centrale. Programmi come Horizon Europe e strumenti finanziari quali InvestEU consentono di tradurre il sapere scientifico in applicazioni concrete, favorendo lo sviluppo di filiere bio-based e rafforzando la resilienza dei territori, quelli rurali in particolare. La conoscenza, in questo quadro, non è certo un elemento accessorio; anzi, è la materia prima che consente al sistema di adattarsi.

Integrare la bioeconomia nelle politiche climatiche, industriali e agricole significa accettare una “complessità ordinata”, in cui ogni decisione produce effetti che si propagano ovunque. Il pacchetto Fit for 55 rende evidente come la riduzione delle emissioni non possa prescindere da un uso più intelligente delle risorse biologiche e dalla loro capacità di rigenerarsi.

La Strategia per la bioeconomia, allora, non è una mappa definitiva, bensì un atlante delle connessioni in continua riscrittura. In un’Europa chiamata a misurarsi con limiti ecologici e ambizioni globali, tale Strategia offre un metodo prima ancora che una soluzione: osservare i sistemi, comprenderne le interdipendenze e costruire una crescita che non consuma il futuro ma, riconfigurandolo, lo rende possibile mediante gesti che diventano risposte.

Paola Ficco