Biomasse: si scrive cascata, si legge fuoco

a cura di Paola Ficco
Argomenti trattati: Biomasse

In quattro mesi del 2026, sui crinali italiani, sono divampati 340 grandi incendi. 3.900 ettari di vegetazione bruciata. Una media di due grandi roghi al giorno.

In Toscana, fra San Giuliano Terme, Lucca e Capannori, tra il 28 aprile e il 2 maggio, sono andati in fumo 500 ettari, di cui 370 di bosco vero: 200 di conifere, 100 di leccete, 70 di querce e castagni.

Sul Monte Faeta la curva delle superfici percorse dal fuoco ha superato di poco la media 2019-2025. Lo dice il satellite. Lo dice l’Ispra. Lo dicono i registri europei.(1)

 

Sono numeri che fanno notizia, ed è giusto così. Ma c’è un altro fuoco, più antico e perfettamente legale, che brucia i boschi italiani da vent’anni e di cui si parla meno. È il fuoco delle nostre caldaie.

 

38% di territorio coperto da bosco; circa l’80% della materia prima trasformata dall’industria è importata da fuori, e circa il 70% del prelievo nazionale finisce in legna da ardere. Tre numeri che, messi in fila, raccontano un’inversione: il legno che dovrebbe diventare mobile arriva da fuori, e quello che tagliamo in casa lo bruciamo prima ancora di portarlo in segheria.

 

Una inversione alla quale il diritto europeo ha provato a dare un nome e un argine. Si chiama “uso a cascata”, ed è il principio dell’economia circolare che l’Europa ha posto al centro della direttiva sulle rinnovabili. L’Italia, con il Dlgs 5/2026 (Red III), l’ha recepita per garantire la sostenibilità delle biomasse legnose, promuovendo l’uso di residui rispetto al tondame vergine di qualità. Detto in modo semplice: la priorità è per i prodotti a lungo ciclo di vita (es. travi, pannelli, mobili), seguono i prodotti a vita breve (carta, imballaggi). Il recupero energetico (pellet, cippato) è l’ultimo step. Quindi, al fuoco soltanto gli scarti, i veri scarti.

 

Per decenni era stato letto al contrario. Ora vanno riposizionati i termini, perché il rovescio dell’“uso a cascata”, in vent’anni, ha avuto un nome: incentivi alla biomassa. Un nome che ha costruito un sistema economico: contratti, tariffe, ammortamenti decennali, equilibri locali.

 

Le centrali a biomassa sono nate per scalzare il petrolio e hanno finito per scalzare il falegname. E oggi sono “too big to stop”: somigliano a quelle fortezze in disuso che hanno smesso di servire ma che non riescono a chiudersi. Continuano a domandare cippato, segatura, e quando non bastano, tronchi.

Mentre tutto questo accade nelle caldaie, il bosco italiano, fuori, viene abbandonato.

30 anni di pastori che spariscono, di contadini che non scendono più a tagliare, di proprietà boschiva frammentata per il 66% in mani private e silenti, ormai feudi anonimi. Un bosco non gestito non è un bosco selvaggio: è un bosco che brucia, prima o poi, da solo. E quando il clima si secca, brucia prima. È così che vanno queste cose: si resta sotto la soglia per mesi, e la si supera in tre giorni di scirocco.

I due fuochi hanno una parentela che ci ostiniamo a non vedere. Il bosco che entra in caldaia è il bosco che non entra in segheria. Il bosco che non entra in segheria è il bosco di cui nessuno si prende cura. Il bosco di cui nessuno si prende cura è il bosco che, al primo caldo, si incendia da solo. La filiera economica e la filiera ecologica sono lo stesso sistema visto da due lati. Romperne una è romperle entrambe.

 

In Italia, il principio dell’“uso a cascata” è un’enunciazione corretta su un mercato sbagliato. Funzionerà solo se chi ne ha la regia farà due gesti esatti: togliere il sussidio dove crea inversione, conservandolo solo dove la combustione è davvero residuale (calore, cogenerazione di filiera, scarti veri); ricostruire la filiera italiana pezzo a pezzo: tracciabilità, accorpamento delle proprietà, infrastrutture di prelievo, formazione di chi nel bosco ci lavora.

 

Senza questa esattezza, l’“uso a cascata” resta una scritta esposta nella vetrina di un’Europa che ragiona per direttive, mentre i nostri boschi continuano a bruciare in due modi: alla luce satellite e all’ombra dei sussidi.

Il Monte Faeta, intanto, fuma ancora. È il primo segnale del 2026. Non sarà l’ultimo.

Paola Ficco

Direttore responsabile

e Coordinamento Normativa Reteambiente.it

(1) Ispra, nota “Incendio sul Monte Faeta: impatti sugli ecosistemi boschivi. Primi dati 2026 sugli incendi in Italia”, 7 maggio 2026; European forest fire information system (Effis) – Jrc Commissione europea, aggiornamento al 4 maggio 2026.