Rifiuti, l’ultima parola delle cose
Ogni oggetto ha due vite: quella per cui è stato fatto e viene decisa dal mercato; quella che comincia quando smettiamo di volerlo e viene decisa dalla legge. E questa seconda vita, di solito, dura di più.
I numeri lo dicono senza alzare la voce. Nel 2024 l’Italia ha prodotto oltre 172 milioni di tonnellate di rifiuti speciali e ne ha gestiti più di 187 (Ispra, Rapporto Rifiuti Speciali 2026). Non è un errore di somma. A quanto prodotto, infatti, si aggiunge quanto importato, soprattutto rottami per le acciaierie, e si aggiunge il rifiuto che nasce dal rifiuto, perché ogni impianto restituisce i suoi residui e lo scarto dello scarto torna in fila. Il rifiuto, si potrebbe dire, si moltiplica mentre lo si governa. Sul versante urbano siamo a quasi 30 milioni di tonnellate (Ispra, Rapporto Rifiuti Urbani 2025), e una quota prende la strada di Danimarca, Paesi Bassi e Austria. I nostri scarti viaggiano più di molti di noi.
Numeri così non sono statistica; sono, invece, responsabilità, messa in fila una tonnellata alla volta. Dietro a ciascuna c’è un nome, sopra a ciascuna c’è una norma che non si accontenta di sapere “dove” il rifiuto è finito, ma pretende di sapere “come” ci è arrivato. Disfarsi di una cosa è un gesto, mentre congedarsene è un procedimento.
Quella norma è un cantiere aperto da trent’anni. Dal “decreto Ronchi” al Codice ambientale, dalle direttive sull’economia circolare alla tracciabilità digitale del Rentri, il diritto dei rifiuti è stato scritto, riscritto, corretto, interpretato, smentito e di nuovo interpretato. È un corpus che parla a molte voci, e molto difficilmente all’unisono. Classificare, distinguere il rifiuto dal sottoprodotto, riconoscere l’istante in cui cessa di esserlo: sono atti tecnici con il peso di una sentenza. In questa materia la forma è sostanza, e la sostanza, spesso, è penale.
Chi sbaglia un codice Eer non sbaglia un’etichetta: sbaglia un destino, perché il rifiuto ha una memoria che le cose non hanno. Tace, attende, sedimenta. Poi parla, e lo fa sempre al presente: in un verbale, un sequestro, un’aula. Il tempo, che per molte cose è oblio, per il rifiuto è istruttoria. Si può smaltire un carico ma non una responsabilità.
In questo paesaggio, la Rivista RIFIUTI cammina dal 1994, tre anni prima che il “decreto Ronchi” desse ordine alla materia. Tre decenni di norme commentate, sentenze annotate e circolari decifrate formano un archivio che è anche una mappa. E la Rivista ha fatto più che informare: ha contribuito a far nascere un’imprenditoria di settore.
Un mercato nasce quando le regole diventano leggibili; un’impresa nasce quando quelle regole diventano prevedibili. Ma le regole sui rifiuti non sono mai state leggibili: nate complesse, cresciute per stratificazione, corrette più spesso che chiarite. Leggibili le ha rese RIFIUTI, con il pregio raro di sciogliere il nodo senza tagliarlo, semplificando senza impoverire, spiegando senza tradire. Dove c’era un obbligo, ha mostrato un mestiere. Dove c’era un mestiere, ha costruito una competenza.
Chi produce o gestisce rifiuti può rinunciare a molte cose: alla fretta, al superfluo, perfino a qualche certezza. Ma non al sapere, e la competenza non si improvvisa sul piazzale. L’ignoranza della norma non è un’attenuante, ma un debito che l’approssimazione salda sempre in ritardo e con gli interessi.
Il rifiuto è ciò che resta quando tutto il resto è passato. Il sapere è ciò che resta quando tutto il resto si trasforma. Chi li tiene insieme, con la passione di chi non smette mai di studiare, non teme né il passato che ritorna né il futuro che arriva: li aspetta, li riconosce, li governa.
Di questa passione RIFIUTI è la casa e la voce. Forma professioni e ricompone ciò che le riforme hanno frammentato. Consegna a chi legge non solo le risposte, ma anche il modo di cercarle. Per questo non è una Rivista che si sfoglia: è una Rivista a cui si torna. Come certi amori dove si comincia per bisogno e si resta per scelta.
Paola Ficco
Direttore responsabile
e Coordinamento Normativa Reteambiente.it